Troppo accanimento contro chi va in montagna

Da La Repubblica Torino online http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/01/10/news/gogna_troppo_accanimento_contro_chi_va_in_montagna-75542171/
articolo di Fabio Tanzilli

Alessandro Gogna, guida alpina, tra i protagonisti dell’alpinismo italiano, scrittore e saggista, è portavoce del nuovo “Osservatorio per la libertà in montagna e alpinismo”, un comitato nato un anno e mezzo fa, sostenuto e riconosciuto dal Club Alpino Italiano, di cui fanno parte a vario titolo alpinisti ed esperti in materie giuridiche. Sulla vicenda dei tre amici di Simone Caselli, rinviati a giudizio per omicidio colposo dalla Procura di Torino perché erano con lui a sciare fuoripista quando è stato travolto da una valanga, il parere è netto: “C’è troppo accanimento”.

Gogna, siete spaventati dal provvedimento della Procura di Torino?
“Assolutamente sì, siamo spaventati. I più preoccupati sono i professionisti dello sci, non solo i dilettanti. A questo punto conviene andare da soli a fare il freeride, perché se capita qualche tragedia in gruppo e sopravvivi, rischi poi di essere processato per omicidio”.

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È quindi sbagliata l’imputazione di omicidio colposo?
“Non si può paragonare la caduta di una valanga, per quanto grave, a un incidente sul lavoro. Lo sci fuoripista è una libera attività fatta da soli o in gruppo, ma ognuno è responsabile per sé. Chi lo pratica è consapevole dei rischi che corre, e risponde delle sue azioni, esclusi ovviamente i minorenni. Se poi capita una sciagura e si finisce sotto una slavina, non si può dare la colpa agli altri sciatori del gruppo che sono sopravvissuti, o che non sono stati colpiti”.

Ma se altri sciatori provocano una valanga non vanno puniti?
“Certo, ma arrivare al penale è eccessivo. Siamo davvero sicuri che siano stati loro a causarla? È difficile stabilire con certezza come si stacca una slavina e chi ne è responsabile. Facendo così si perseguita solo chi fa il freeride. Cosa che, in altre occasioni, non succede”.

In che senso?
“Se uno sale sulla macchina di un amico, e poi capita un incidente stradale e muore, mica il sopravvissuto viene accusato di omicidio colposo. Perché nel fuoripista sì? Il principio è che in montagna ognuno è responsabile delle proprie azioni, e se qualcuno vorrà ancora rischiare di ammazzarsi giù da un pendio, continuerà a farlo. È un principio di libertà e responsabilità”.

Quindi che cosa vorreste dire a Guariniello?
“Che il freeride deve rimanere libero. Noi lo stimiamo, sappiamo che è un grande magistrato e applica la legge alla lettera, ma chiediamo solo di essere ascoltati, di poter parlare con lui ed esprimere le nostre ragioni. Più che i processi, servono la prevenzione e la formazione: non basta mettere un cartello di divieto per sei mesi all’anno, occorre insegnare le pratiche giuste dello sci e promuoverne la cultura, ma in Italia ormai non lo fa quasi più nessuno”.

Originariamente postato su www.banff.it nel gennaio 2014

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