Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro)

L’Accademico del CAI Pietro Crivellaro ha pubblicato sul Sole 24 Ore del 20 luglio 2014 un articolo che mi ha fatto balzare sulla sedia: Brividi al capolinea. Come al solito, al seguito, le mie considerazioni. Infine, la risposta di Carlo Zanantoni.

Ingredienti principali di questo pezzo giornalistico sono stati due: la serata al Festival di Trento in cui era ospite Alex Honnold e il compito di recensire un manuale di Filippo Gamba, peraltro uscito alla fine dell’anno scorso, Libertà di rischiare. Gestione del rischio in alpinismo, arrampicata e negli sport d’avventura (Versante Sud, Milano, pagg. 232, € 29,50).

Pietro Crivellaro
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Relativamente a questo secondo argomento, Crivellaro si limita a dare al libro il vago giudizio di “ottimo”, riassumendone correttamente il fine, cioè quello di “ribaltare i vecchi criteri della sicurezza in alpinismo, arrampicata e altri sport d’avventura applicando con rigore ingegneristico anche all’outdoor i metodi di “gestione del rischio” adottati in ambito aziendale”. Crivellaro inoltre coglie qualcosa di forse non detto espressamente nel libro, ma lasciato intuire: l’escalation dell’attenzione razionale alla sicurezza al fine di “non destare scandalo nell’opinione pubblica e quindi scongiurare il rischio (!) che il legislatore si intrometta con norme e divieti”.

Dobbiamo dedurre dal punto esclamativo che Crivellaro dia per scontato che il lettore sia della sua idea, cioè che sia giusta e sacrosanta l’invasione della magistratura in uno degli ultimi campi di libertà fisica e culturale.

Quanto al diritto culturale alla libertà Crivellaro ammette che è sacrosanto, poi però si contraddice introducendo il primo argomento, cioè Alex Honnold e i suoi free solo spettacolari. Dopo una spiegazione al popolo di cosa è il free solo, e di quanto in effetti sia pericoloso, il nostro esprime “seri dubbi” sulla liceità di praticarlo, e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo (sempre allo stesso popolo).

Alex Honnold
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Per Crivellaro il free solo di Honnold e di altri è “una deliberata follia, una danza macabra”: ma la cosa che più lo sconvolge è la semplicità di questo ragazzo americano, completamente privo della nostra retorica e delle nostre memorie romantiche, Preuss in testa. Perché alla domanda finale «Tua madre e la tua ragazza che dicono del tuo stile?», il nostro Alex No big deal (Alex niente di speciale) risponde ingenuo e laconico «Questo per me non è un problema», provocando gli applausi scroscianti dei più di 850 spettatori.

E’ questa standing ovation a far ribellare Crivellaro, che a quel punto condanna i club alpini che non scoraggiano abbastanza il free solo, condanna i media che non vedono che siamo di fronte a “un moderno gioco gladiatorio” e bacchetta l’opinione pubblica che si lascia cadere in una “rimozione collettiva”, anzi, meglio, si lascia ingannare da una “dissonanza cognitiva” come suggerisce il manuale dell’ingegner Gamba, che però “risulta del tutto inutile di fronte al rischio del free solo”.

E conclude: «Il giovane Alex che vive girando l’America con il suo furgone per arrampicare in free solo come se fosse una necessità naturale non è piuttosto un vistoso caso clinico? la vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione?».

Alex Honnold sorpassa una cordata mentre in free solo sale il diedro di 5.10d sopra al passo chiave della Regular North Face del Rostrum, Yosemite National Park, California. Nerllo stesso giorno aveva salito in free solo Astroman (5.11c, 300 m). Foto: Asa Firestone
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Considerazioni
La licenza di rischiare, è vero, può portare al free solo, magari anche solo per girare video chiaramente commerciali. Ma siamo o non siamo coscienti di cosa avverrebbe se davvero una pratica così estrema dovesse essere abolita perché impedita, ostacolata dalla società e soprattutto dalla giurisprudenza? Siamo coscienti che se ne inventerebbe un’altra dopo poco tempo? Che la creatività non può in alcun modo essere ostacolata? Possibile che la pratica alpinistica di Pietro Crivellaro, peraltro di grande spessore, non gli suggerisca nulla sul valore interiore dell’esperienza e su ciò che il solitario ha dentro?

Per Crivellaro, con il free solo “l’arrampicata è prossima al capolinea”. Per me e per molti altri è il punto di partenza suggerito dal capolinea stesso. La posizione bigotta di Crivellaro in questo articolo non gli rende giustizia, non s’inquadra con la grande capacità di analisi storica da lui in molte pregevoli occasioni dimostrata.

Il manuale di Filippo Gamba è invece un’oscenità dal punto di vista culturale, perché esclude dalla propria visuale l’intera visione della fragilità e della morte che al contrario ci sono compagne da sempre e per sempre. E con le quali dobbiamo fare i conti ogni giorno, sul lavoro o in vacanza, quando scriviamo o leggiamo, nello sport e in amore.

Il manuale di Gamba è un’operazione chirurgica riuscita solo dal punto di vista clinico, a paziente morto. Senza arricchimenti, senza incertezze, senza vita. Non credo proprio che l’alpinismo di Crivellaro sia nato e fiorito in quella dimensione: sarebbe stato un matrimonio che “non s’ha da fare”.

Risposta di Carlo Zanantoni
Spero che venga data diffusione all’articolo di Crivellaro sul Sole 24 Ore, perché gli alpinisti dovrebbero considererlo con attenzione.
Si tratta, forse al di là delle intenzioni dell’autore, di un contributo alle minacce alla libertà di avventura che nella moderna “società della sicurezza” stanno addensandosi attorno all’alpinismo. Una delle più gravi viene dalla scarsa limpidezza di idee con cui l’uomo della strada – e, ahimè, anche qualche alpinista – affronta il problema della libertà di avventura, caratteristica essenziale dell’alpinismo. C’è solo una differenza apparente fra l’opinione della brava massaia che dice: “bisognerebbe porre freni all’attività alpinistica, insensata e pericolosa” e quello che dice Crivellaro. Leggetelo: “.. diritto ad affrontare senza intralci le incognite della natura selvaggia, come un diritto culturale…Il principio mi sembra sacrosanto, ma quando la licenza di rischiare si spinge alla pratica del free solo mi sorgono seri dubbi… Questo mi sembra una deliberata follia, una danza macabra“.

Sembra che Crivellaro voglia porre una specie di barriera logica fra le salite in completa libera di Alex Honnold e le tante arrampicate solitarie – anche se non sempre in libera totale – che hanno destato ammirazione, e lui probabilmente non ha criticato: da Comici a Bonatti, da Cozzolino a Manolo, da Maestri ad Aste, da Edlinger alla Destivelle, da Ivan Guerini a Marco Anghileri, da Messner ad Alex Huber, ecc.. E in quale categoria classificherà poi il rischio nelle grandi imprese himalyane, per esempio le solitarie di Messner?

Crivellaro ha un buon curriculum alpinistico, è Accademico del CAI, scrive di montagna, commenta libri, è consulente del “24 Ore”per i problemi alpinistici. Dice di sapere che cosa è il rischio in parete. Ma il rischio che correva lui non meritava critiche? L’alpinismo estremo ha motivazioni meno nobili di quello dei più ? Argomento delicatissimo, perché una certa dose di ambizione è caratteristica di tutto l’alpinismo. L’averlo scelto come professione rende forse meno seria e ammirevole la dedizione che il raggiungere l’autocontrollo e il dominio dei proprî mezzi richiesti da salite impegnative richiede? Mi sembra povera logica quella che tende a porre un limite al rischio rispettabile.

È una logica che porta diritto a comportamenti collettivi come quello che portò l’URSS a limitare l’alpinismo a chi poteva esercitarlo ad alto livello, e magari portare gloria alla patria.

Da ultimo Crivellaro solleva un problema fino ad ora non apparso nelle tante critiche all’alpinismo che ho letto; non è apparso perché molto delicato, riguarda rapporti umani, aprirebbe una voragine di considerazioni che vanno al di là dei problemi dell’alpinismo. Mi riferisco allo stupore di Crivellaro rispetto alla risposta data alla domanda: “che dicono tua madre e la tua ragazza dei tuoi comportamenti?” Stupore per la risposta laconica: “non è un problema”. E se ne stupisce? Un risposta sprezzante per una domanda che in un contesto alpinistico può, con buona dose di generosità, essere definita ingenua.

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